Benvenuti nel blog di IdV Gualtieri

Lo scopo di questo blog è di dare la possibilità, a chi non ci conosce personalmente, di segnalarci situazioni particolari sul territorio ed eventualmente suggerirci migliorie da realizzare. Inoltre vorremmo trattare avvenimenti politici a carattere nazionale ed internazionale, condividendoli con tutti coloro che lo vorranno.

sabato 2 gennaio 2010

FIORANI E IL CAVALIERE



Pensiamo che solo leggendo in modo attento il passato si possa capire meglio il presente e farsi un idea sul futuro. Continueremo a pubblicare un pò di storia recente ... (5)
IdV Gualtieri

Fiorani e il Cavaliere

Il rapporto privilegiato con Forza Italia. I legami con la famiglia Berlusconi. L'appoggio politico alle scalate. L'ex boss di Bpl racconta il Grande Progetto
di Peter Gomez e Vittorio Malagutti

“Adesso che Gianpiero Fiorani sta parlando tutti mettono le mani avanti. Silvio Berlusconi si rifugia nei non ricordo, giura di essersi "sempre tenuto fuori" dal risiko bancario della scorsa estate e assicura "di non aver mai influenzato nessuno". Fabrizio Cicchitto, il vicecoordinatore di Forza Italia, si spinge ancora più in là, e si lamenta perché "viene dato per oro colato quello che sta dicendo una persona nelle sue condizioni". Il capogruppo dei Ds alla Camera, Luciano Violante, ammette invece di averlo incontrato per discutere la legge sul risparmio, ma aggiunge che lo stesso hanno fatto gli esponenti degli altri partiti. In Parlamento i boatos sui nomi della lobby di onorevoli che il banchiere, in quasi 15 ore d'interrogatorio secretati, ha messo a verbale si susseguono ai boatos. Anche se un fatto è certo. Se c'è un movimento politico che aveva un rapporto privilegiato con Fiorani e la Banca Popolare di Lodi questo è Forza Italia. Non a caso, secondo quanto risulta a 'L'espresso', nel mirino della Guardia di Finanza è finita una fideiussione personale firmata nel 2002 dal presidente del Consiglio per far ottenere al movimento azzurro un prestito di 15 milioni di euro, serviti al cassiere forzista Rocco Crimi per ripianare i debiti contratti durante la campagna elettorale con la Hdc del sondaggista Luigi Crespi. Niente di illecito, per carità. Anche se la storia di quel maxi-finanziamento targato Bpl (ora Banca popolare italiana) testimonia la familiarità dei rapporti tra i vertici dell'istituto di credito e Berlusconi. ...però è meglio spostare il tiro sul leasing di D'Alema... c'est plus utile...

La firma della garanzia avviene nella quiete di Arcore, a villa San Martino dove, tre anni fa, si presenta Gianfranco Boni, l'ex compagno di classe di Fiorani all'istituto tecnico commerciale Agostino Bassi, protagonista come l'amico di una carriera tutta interna alla banca che lo ha portato fino alla poltrona di direttore finanziario della Lodi e da qui, martedì 13 dicembre, a San Vittore per rispondere di associazione per delinquere, aggiotaggio, appropriazione indebita e riciclaggio. È con lui che il Cavaliere sigla un prestito che ora diventa un particolare importante per riscontrare lo scenario politico delineato da Fiorani nei propri verbali. L'ex boss di Bpl, del resto, con i pm e il gip Clementina Forleo è stato chiaro. Da una parte ha ammesso le proprie responsabilità in ordine alle ruberie che gli hanno permesso di accumulare all'estero un patrimonio di una settantina di milioni di euro.(...nel frattempo saliti ad oltre 200... ndr) Dall'altra ha puntato l'indice contro l'ex governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio. Lo ha descritto come al corrente di una serie di irregolarità compiute dalla Lodi durante l'assalto ad Antonveneta (tanto che Fazio ha deciso di dimettersi), ma lo anche dipinto come una pedina di un gioco molto più grande, nel quale lo stesso Fiorani non era che un co-protagonista. Una sorta di progettone politico-finanziario che aveva come obiettivo finale quello di cambiare il volto del capitalismo italiano. Un disegno di molto precedente alle scalate ad Antonveneta, Bnl e 'Corriere della Sera' che, nelle speranze dei suoi esecutori, avrebbe dovuto finire per coinvolgere gli assetti attuali di altre istituzioni economico-finanziarie. Secondo Fiorani, che non ha esitato a tirare in ballo nelle sue dichiarazioni pure i vertici di alcune banche straniere destinatari di vere e proprie tangenti, la presidenza del Consiglio sarebbe stata al corrente del piano. Berlusconi, anzi, avrebbe in qualche modo 'sponsorizzato' le scalate, mentre Fazio si sarebbe trovato con le mani legate. Davanti ai magistrati, l'ex numero uno della Lodi descrive l'ex governatore come un ostaggio, tenuto sotto schiaffo dai partiti che dallo scandalo Parmalat in poi hanno cominciato a mettere in discussione il suo mandato a vita. ...memorabile il comportamento dello statista Tremonti che aveva messo un barattolo Cirio come portapenne sulla scrivania che era stata di Quintino Sella... tanto per usare un bel codice semantico da autentico mafioso...

Una simile analisi non deve sorprendere. Le cronache raccontano come il 14 gennaio del 2005 a Palazzo Chigi, dopo mesi di frizioni, si sia tenuto un pranzo della pace cui hanno partecipato Fazio, Berlusconi, il senatore forzista e presidente della commissione Telecomunicazioni del Senato Luigi Grillo (generosamente finanziato dalla Lodi) e l'allora ministro dell'economia Luigi Siniscalco. Al termine dell'incontro, che aveva per tema la "difesa dell'italianità delle banche", Grillo riferisce: "C'è stata una sostanziale identità di vedute, non si parlerà più di mandato a termine del governatore". Subito la legge sul risparmio s'impantana nelle aule parlamentari, mentre il 23 gennaio 'Il Foglio', diretto dall'ex ministro per i rapporti col parlamento Giuliano Ferrara, sotto il titolo 'Carissimi Nemici' scrive: "La Popolare di Lodi vuole comprare Antonveneta. Mediolanum (Cav.) e Unipol (D'Alema) l'aiutano".

In gennaio accade anche dell'altro. La scalata dell'immobiliarista Stefano Ricucci al 'Corriere' si fa sempre più frenetica. Ricucci, che ha come advisor l'ex amministratore delegato di Mediaset, Ubaldo Livolsi,(...tuttora consigliere Fininvest, tanto per chiarire...) si muove di sua iniziativa o su mandato di altri? E sopratutto, perché Fiorani lo finanzia nell'impresa con 570 milioni di euro pur rendendosi conto che l'assalto a via Solferino è rischioso sia dal punto di vista finanziario che da quello politico? Durante i suoi interrogatori ancora a piede libero, Fiorani aveva tergiversato: "Mah, avrò commesso un errore...". Adesso che si trova a San Vittore è più preciso. Parla di nuovo di Berlusconi e della necessità del Cavaliere di godere buona stampa. L'operazione Rcs, del resto, anche se difficile non pareva impossibile. Il gruppo dei 'furbetti del quartierino' e i loro sponsor politici avevano appoggi ovunque. Anche nei tribunali, tanto che Fiorani ha parlato di una serie di provvedimenti di favore presi nei confronti della Bpl nel corso degli anni; e a sinistra, dove il numero uno di Unipol Giovanni Consorte (vedi articolo a seguire) era riuscito a ottenere l'assenso del governo alla scalata Bnl, dopo un incontro con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta.

Per quanto riguarda la Popolare di Lodi, invece, il rapporto con Berlusconi era diretto. Fiorani e il Cavaliere si erano conosciuti molti anni fa. Nel 1991, quando la Bpl aveva acquistato dalla famiglia di Nino Rovelli (il re delle chimica che grazie a Cesare Previti avrebbe corrotto il giudice Renato Squillante) la Banca Rasini, il piccolo istituto di credito di piazza dei Mercanti a Milano, dove aveva a lungo lavorato il padre del premier. (...a beneficio degli arcorizzati immemori, ricordiamo che la Banca Rasini, diretta da Berlusconi Padre, è stata l'unica Banca italiana chiusa ed incorporata, guarda la combinazione, da Fiorani, con l'accusa di riciclaggio di danaro mafioso...) Fiorani aveva partecipato a quella trattativa. E al di là del tavolo aveva trovato, come rappresentante della Banca Commerciale di Lugano dei Rovelli, Paolo Marmont, un finanziere milanese sposato con una nipote di Leopoldo Pirelli, destinato a diventare uno dei canali del riciclaggio del denaro nascosto in Svizzera da Fiorani & C. Della Rasini, una banca dove erano custoditi i segreti (mai svelati) sui primi finanziatori del Cavaliere, Fiorani è anche stato il direttore. E in queste vesti ha concesso affidamenti a società personali di Berlusconi, come l'immobiliare Dolcedrago, che amministrava alcune ville in Sardegna, alla quale, per esempio, nel febbraio del '94 viene dato un prestito da un miliardo di lire. Buonissimi erano pure i legami con Paolo Berlusconi. Quando il fratello del premier patteggia la pena nel processo per la discarica di Cerro, Berlusconi junior si rivolge alla Lodi per ottenere i quasi 50 milioni di euro con cui risarcire il danno. E sempre la Lodi si fa avanti con decisione per tentare di rilevare dalla Edilnord 2000 della famiglia Berlusconi una rete di negozi in franchising, poi invece finita in mano alla Pirelli Real Estate. Il Berluschino nel progetto di Fiorani ci crede. Tanto che nella cassaforte della sua Paolo Berlusconi Finanziaria (PBF) è inserita come investimento stabile un'unica società quotata: la Bpl di cui la PBf risulta possedere 8 mila azioni.

Fiorani diventa a poco a poco una sorta di banchiere di riferimento al quale si rivolgono gli uomini più vicini al Cavaliere: l'ex manager di Publitalia e sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher che, secondo Fiorani, sarà il canale per contattare gli altri onorevoli da inserire nella sua lobby, il presidente della commissione telecomunicazioni della Camera, Paolo Romani, e sopratutto il sondaggista di fiducia Luigi Crespi, di cui la Lodi diventa socia in Hdc Datamedia, attraverso Efibanca. Fiorani, insomma, era uno di cui fidarsi. Lui, del resto, ricambiava la stima dicendo a chiare lettere ai giornali: "Noi siamo una banca governativa". Almeno fino al giorno del suo arresto.”

giovedì 31 dicembre 2009

BANCHE BASSOTTI


Pensiamo che solo leggendo in modo attento il passato si possa capire meglio il presente e farsi un idea sul futuro. Continueremo a pubblicare un pò di storia recente ... (4)
IdV Gualtieri


Banche Bassotti

di Riccardo Orioles (da La catena di S. Libero)

"Io di banche me ne intendo poco e niente. Però mi sembra abbastanza chiaro che quest'estate l'accapigliamento generale si aggiri molto più attorno alle banche che attorno al potere "politico", che evidentemente conta meno. Nel centrosinistra, l'agitazione di Rutelli - col senno di poi - sembra riguardare prevalentemente l'affare Unipol-Bnl, che di converso D'Alema è intervenuto a difendere con inconsueta radicalità. La scalata al Corriere (che speravamo di poter attribuire a Berlusconi: un nome noto, almeno, almeno da un certo livello in su) appare viceversa ambientata in qualche saloon bar di Abilene. Ricucci, che pareva un simpatico palazzinaro prestanome, è invece il manovratore di operazioni bancarie colossali, tali da portare addirittura al congelamento e sequestro delle sue azioni (i tiggì parlano pudicamente di congelamento di "alcune azioni" di "alcuni azionisti" di Antonveneta).

C'era una volta in Italia una grande banca, che si chiamava Banco Ambrosiano ed era diretta da un certo Calvi. Un altro grande banchiere di quei tempi (che sono cambiati: adesso i banchieri sono tutti trasparentissimi e onesti) si chiamava Michele Sindona, ed era talmente al di sopra di ogni sospetto che lo stesso presidente del Consiglio (un certo Andreotti) scriveva lettere ufficiali per garantire per lui. Non c'entra niente: ma è da diversi mesi che non sento più parlare di Parmalat e di Tanzi (tranne che per qualche avara notizia di giudiziaria) e soprattutto che non sento più quantificare una cifra precisa sull'ammontare del buco fatto. Di solito, sulle pagine finanziarie, si parla d'altro.

E' vero che Fazio rappresenta - insieme col presidente del Senato, Pera - il massimo esempio attuale di carica istituzionalmente neutra gettata invece sul mercato della politica (l'uno e l'altro hanno ambizioni), ed è anche vero che la perpetuità del Governatorato della Banca d'Italia è ormai un residuo baronale d'altri tempi (ma in altri tempi i baroni si chiamavano Ciampi e Carli). E' anche vero però che a questo punto le scorrettezze di Fazio sono una patologia marginale, che il vero problema è: quanto comandano oggi le banche in Italia?

Sarebbe relativamente facile saperlo se, per l'emergenza mafia o per l'emergenza terrorismo, o semplicemente perché non c'è ragione per fare altrimenti, fosse stata varata una legge per la trasparenza bancaria, che avrebbe rapidamente strangolato sia Cosa Nostra che Bin Laden. Ma una legge simile non c'è, ed è altamente improbabile che ci sia in futuro: chiedere la trasparenza della proprietà bancaria in Italia (o in America, o in Inghilterra, o in alcun altro paese occidentale) sarebbe come chiedere l'abolizione di Maometto in Arabia Saudita. Ognuno ha il suo DIO intoccabile, e da noi non è né Allah né Gesù Cristo. Perciò, non resta che andare a tentoni, basandosi sui dati macroeconomici a monte e sugli occasionali detriti visibili a valle - non sugli ordinari dati economici, che dovrebbero essere invece accessibili a ogni cittadino.

Fra le tante parole che oggi non si usano più ("lavoro", "lavoratori", "produttori", "diritti", "concorrenza") c’e’ anche la parola "industriale". Ormai sono tutti "imprenditori", parola che significa tutto e niente. Gl’imprenditori, in sostanza, oggigiorno sono dei signori che si agitano moltissimo in finanza e in borsa, ma raramente hanno mezzi propri. O dipendono dalle banche o sono delle banche essi stessi, visto che occuparne o fondarne una e’ ormai diventata un’operazione totalmente privata.
Le banche controllano le aziende, le aziende controllano i media, i media coprono le banche. Questo e’ indubbiamente un regime. Ma come possiamo chiamarlo? Capitalismo non credo, perché manca il capitale industriale. Riciclaggio nemmeno, perché Falcone è morto e non ce lo può più dire. Palazzinarismo, intrallazzo, mani-non-pulite? Ma la commedia all’italiana è finita, questi non son più personaggi alla Alberto Sordi.
Sono pericolosi. Lo sono perché, drenando risorse e non producendo, costituiscono la causa principale (altro che cinesi!) del declino economico del sistema Italia. E lo sono perché non sappiamo chi siano e da dove vengano, e possiamo solo vagamente intuire che storicamente rappresentano il passaggio successivo a Berlusconi.
Dove sarebbero arrivati Sindona e Calvi, se non ci fosse stata la generazione di Falcone? Ambrosoli, Chinnici, Carlo Palermo... Se fossero mancati loro, noi non avremmo mai saputo chi in realtà erano questi "imprenditori", ed essi tranquillamente dominerebbero senza l’opposizione di nessuno. Metterebbero tranquillamente le mani sul Corriere, gestirebbero Rai e private, farebbero politica, governerebbero il Paese."
di Riccardo Orioles (da La catena di S. Libero)

mercoledì 30 dicembre 2009

QUEL LEGAME TRA ...



Pensiamo che solo leggendo in modo attento il passato si possa capire meglio il presente e farsi un idea sul futuro. Continueremo a pubblicare un pò di storia recente ...(3)
IdV Gualtieri

Quel legame tra la Banca Rasini, il premier e Fiorani
di Marco Travaglio


“E' un torrido giorno d'agosto del 1998 quando la quiete vacanziera della Banca Popolare di Lodi viene turbata da una visita inattesa. Un plotoncino di uomini della Dia venuti da Palermo chiedono di vedere gli archivi della Banca Rasini. Cercano, su incarico del pool antimafia, i conti correnti di Silvio Berlusconi e tutta la documentazione relativa alle 25 "Holding Italiana" che custodiscono il capitale della Fininvest. L'indagine è quella a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro della mafia (inchiesta poi archiviata per il Cavaliere e approdata a rinvio a giudizio, processo e condanna di primo grado per Dell'Utri). Perché la DIA cerca quelle carte proprio alla Bpl? Perché dall'aprile 1992 la banca lodigiana, capitanata da Gian Piero Fiorani, ha inglobato (fusione per incorporazione) la Rasini. Cioè il piccolo e chiacchierato istituto creditizio milanese di Via Mercanti, a due passi dal Duomo, fondato dal banchiere Carlo Rasini in società con la famiglia siciliana Azzaretto. Lì Luigi Berlusconi, il padre di Silvio, ha trascorso tutta la sua vita professionale, entrandovi da sportellista e uscendone direttore generale. E' la banca che Michele Sindona, in un'intervista dal carcere al giornalista Nick Tosches, indicò fra quelle usate da Cosa Nostra per "lavare" i proventi dei suoi affari al Nord. La banca che a metà anni 60 concede i primi crediti e fidejussioni all'Edilnord del giovane Silvio.

I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo hanno spedito la Dia a Milano per ricostruire i finanziamenti alle Holding Italiana a cavallo fra gli anni 70 e 80, quando il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex amico e poi accusatore di Dell'Utri, fa risalire i presunti investimenti miliardari del capo della mafia Stefano Bontate nell'avventura televisiva del Cavaliere.
Alla perentoria richiesta di vedere la carte della Rasini, l'ufficio legale della Bpl cade (o finge di cadere) dalle nuvole: "Della Rasini e dei conti Fininvest non ci risulta nulla". Ma il consulente della Procura Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia a Palermo che partecipa alle perquisizioni, ha un asso nella manica. Tira fuori un estratto conto che dimostra l'esistenza di alcuni conti correnti intestati a Berlusconi o riferibili a Fininvest presso la Rasini. E si piazza nei vecchi uffici di Via Mercanti. A quel punto ai banchieri lodigiani torna improvvisamente la memoria: "Ci dev'essere un archivista in pensione che sa qualcosa". Il vecchietto puntualmente arriva e accompagna agenti e consulente all'ultimo piano della banca milanese. Apre cassetti. Estrae vecchi e polverosi dossier. Ed ecco ciò che gli inquirenti cercavano, o almeno una parte: la documentazione delle Holding Italiana. Che - lo si scopre allora - non sono 25, ma addirittura 38.

La Rasini emerge anche dalle indagini del pool di Milano sul patrimonio "parallelo" del Cavaliere: quello accantonato su 105 libretti al portatore accesi presso il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Popolare di Abbiategrasso, la Comit e la solita Rasini. Tra il 1988 e il '95 i libretti, materialmente in possesso di Giuseppino Scabini (che amministra il patrimonio personale di Berlusconi), registrano movimentazioni per 130 miliardi in entrata e 126 in uscita. Poi entrano in vigore le norme anti-riciclaggio, e il "nero" verrà trasferito in Svizzera.
Oggi che dalle telefonate di Ricucci, Fiorani e Gnutti emerge il ruolo di Silvio Berlusconi nella scalata alla Rcs, torna alla mente quel vecchio legame affettivo e finanziario fra il Cavaliere di Arcore e il banchiere padano che custodisce gli archivi del suo passato. Entrato alla Bpl nel 1978 con un semplice diploma di ragioneria (si laureerà solo nel 1990, in Scienze politiche), Fiorani inizia la sua arrampicata gestendo due affari molto delicati: uno è la ristrutturazione del gruppo bancario in Sicilia (ingloba ben cinque banche sicule e fa della Lodi la seconda banca dell'isola, dopo il Banco di Sicilia); l'altro è appunto l'ingresso nella Rasini, prima con una partecipazione di controllo, poi con la fusione. Inglobandone il patrimonio, la clientela e gli archivi. Purtroppo gli archivi sono ampiamente incompleti. Alla fine la DIA e Giuffrida dovranno arrendersi di fronte alla "anomalia" di vari finanziamenti, non riuscendo a ricostruire la provenienza di almeno 113 miliardi di lire (anni 70), una quarantina dei quali giunti addirittura "in contanti". Colpa -diranno i pm al processo Dell'Utri- della condotta "poco collaborativa" della Bpl. Ma anche dell'altra banca con cui la prima Fininvest condusse gran parte delle sue operazioni: la Bnl, tramite le fiduciarie Saf e Servizio Italia e tramite la sua banca d'affari a medio termine, Efibanca. Efibanca emerge anche negli atti del processo milanese "toghe sporche": Stefania Ariosto racconta che Cesare Previti le parlò di "fondi illimitati" a disposizione di Berlusconi presso Efibanca per corrompere giudici romani. S'è poi scoperto che Previti era consulente di Efibanca fin dagli anni 70, quando l'istituto cominciò a prestare soldi alla Fininvest per l'edilizia e poi per le tv. Mutui per un totale di 230 miliardi di lire a 8 società del Biscione che - secondo un rapporto della Guardia di Finanza - "prescindono dalla prestazione delle garanzie effettive". Insomma, troppo generosi e poco garantiti. E a chi appartiene oggi Efibanca? Anch'essa alla Bpl, che l'ha acquisita nel dicembre 1999. Come su quelli della Rasini, anche sugli archivi di Efibanca è seduto il ragionier Gian Piero Fiorani.”

martedì 29 dicembre 2009

GLI AMICI DEL RAGIONIER FIORANI



Pensiamo che solo leggendo in modo attento il passato si possa capire meglio il presente e farsi un idea sul futuro. Nei prossimi giorni pubblicheremo, a puntate, un pò di storia recente ...(2)
IdV Gualtieri

Gli amici del Ragionier Gianpiero Fiorani
di Marco Travaglio

"Le sue specialità sono lo shopping e i debiti. Fa debiti per fare shopping, e facendo shopping fa altri debiti. E’ il banchiere più rampante e chiacchierato del momento. Non solo per la scalata dell’Antonveneta, sponsorizzata dall’amico Antonio Fazio che sventola il tricolore contro i presunti “invasori” olandesi dell’Abn Amro. Ma anche per le svariate inchieste per bancarotta fraudolenta - Cirio, Parmalat, Hdc - in cui è rimasto impigliato: uno dei destinatari della tentata e sventata legge salvacrac era lui. Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, è l’emblema della nuova finanza italiana, o all’italiana. Quella che pontifica di mercato e concorrenza, ma poi si rifugia sotto il paracqua della politica e delle parrocchie. In pochi anni s’è gonfiato come la rana della fiaba. E c’è chi giura che sia lì lì per scoppiare. Che la crescita tumultuosa di Bpl (attivi sestuplicati in 7 anni) sia costruita sulla sabbia. E che, se l’affare Antonveneta finisse male, i nodi verrebbero al pettine. A cominciare dalla montagna di debiti che qualcuno calcola in 9.4 miliardi (1.1 volte i depositi dei clienti).
Il ragionier Fiorani, da poco diplomato, entra in banca nel 1978. E’ cattolico, ma soprattutto democristiano. Infatti è un DC doc, il patron della Popolare di Lodi Carlo Cantamessi, ad aprirgli le porte della banca e a promuoverlo direttore di filiale. La laurea in Scienze Politiche Fiorani la prenderà solo a fine anni 90. Intanto fa carriera gestendo un bel po’ di dossier ad alto rischio: ristruttura il gruppo in Sicilia (dove ha inglobato ben cinque banche), entra nella Banca Rasini (che poi si fonderà con Bpl), acquista la Mercantile dal gruppo Fondiaria. Essendo una banca popolare, la Lodi dovrebbe rispettare rigidi limiti al possesso azionario. Ma il Ragioniere li aggira comprandosi l’Iccri, Istituto Centrale Casse di Risparmio, ribattezzato Banca federale europea e poi Reti bancarie. E’ tramite la nuova holding che Fiorani avvia lo shopping, finanziato con un tourbillon di aumenti di capitale. Compra piccole banche decotte, le risana, le rilancia. Intanto Bpl ingrassa: oggi è fra i primi 10 istituti d’Italia. E nel ’97, quando muore Angelo Mazza, l’ultimo patron della Bpl, Fiorani diventa un uomo solo al comando.

Il primo stop arriva con la scalata della Popolare di Crema, un capolavoro di non trasparenza: tutto in Svizzera, a colpi di società off-shore. Arrivano gl’ispettori della Consob di Luigi Spaventa, i giudici indagano per falso in bilancio e uso di informazioni riservate. Ma finisce tutto in archivio, salvo una modesta oblazione. Ormai Fiorani è sotto l’ala protettiva di Antonio Fazio, il cattolicissimo governatore di Bankitalia che nel 1991, nel 1999 e nel 2001 gli ha mandato gl’ispettori. Il Ragioniere diventa amico della moglie e offre uno stage alla Bpl al figlio e al genero del governatore. In più si guadagna l’eterna gratitudine di Santa Madre Chiesa firmando un accordo con la Cei di Ruini per sponsorizzarne le iniziative culturali e finanziare la ristrutturazione delle parrocchie.

Col Cavaliere, tutto liscio: il papà Luigi Berlusconi lavorò per una vita nella Rasini, indicata da Sindona come la banca del riciclaggio della mafia a Milano, poi assorbita dalla Bpl che custodisce le carte di tutte le operazioni riservate; Ennio Doris di Mediolanum è un ottimo alleato di Bpl; e Paolo Berlusconi ha avuto da Bpl i 50 miliardi di lire necessari per evitare il carcere nel processo per la discarica di Cerro. Ma la Lega Nord non ama la finanza cattolica: minaccia di votare per il mandato a termine di Fazio. Il Ragioniere provvede subito: salva la banca padana Credieuronord dal crac che rischia di trascinare in tribunale un bel po’ di papaveri leghisti e sul marciapiede tremila azionisti in camicia verde. Da quel momento la Padania comincia a elogiare il Governatore. Che conserva la poltrona.

Poi c’è la sinistra: anche lì, ottimi sponsor. Nell’arrampicata dell’Antonveneta, Fiorani ha due sherpa d’eccezione: la Hopa di Chicco Gnutti, già “capitano coraggioso” di D’Alema nell’affare Telecom; e l’Unipol di Giovanni Consorte, la potentissima assicurazione delle coop. Tutti soci di Bpl, insieme a Barilla, Colaninno, Emilio Riva (quello degli acciai) e i palazzinari romani al seguito di Stefano Ricucci. Ma la banca padovana è un boccone troppo appetitoso per non portare inimicizie: il Ragioniere si gioca i rapporti con Cesare Geronzi di Capitalia, l’altro pupillo di Fazio; e incontra sulla sua strada un osso duro come Guido Rossi, consulente degli olandesi. Che denunciano Bpl alla Procura di Milano. L’ennesimo guaio giudiziario. Ma il Ragioniere è abituato. Già qualche anno fa, diceva di sè: “Non finirò all’inferno, ma mille anni in Purgatorio sono probabili”. E lui, anche nell’Aldilà, ha le sue brave aderenze."

lunedì 28 dicembre 2009

LA BANCA RASINI



Pensiamo che solo leggendo in modo attento il passato si possa capire meglio il presente e farsi un idea sul futuro. Continueremo a pubblicare un pò di storia recente ...(1)
IdV Gualtieri

La Banca Rasini era una piccola banca milanese, nata negli anni '50 ed inglobata nella Banca Popolare di Lodi nel 1992. Il motivo principale della sua fama è che tra i suoi clienti principali si annoveravano i criminali Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano (al tempo, uomini guida della Mafia) e l'imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi, il cui padre Luigi Berlusconi ivi lavorava come funzionario. Le dichiarazioni di Michele Sindona sulla Banca Rasini la fanno citare più volte da Nick Tosches, un giornalista del New York Times, nel suo libro I misteri di Sindona, e l'hanno resa nota tra gli studiosi internazionali che si occupano della storia della Mafia italiana.
STORIA
La "Banca Rasini Sas di Rasini, Ressi & C." viene fondata all'inizio degli anni '50 dai milanesi Carlo Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi, Giovanni Locatelli, Angela Maria Rivolta e Giuseppe Azzaretto. Il capitale iniziale è di 100 milioni di lire. Sin dalle sue origini la banca è un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini, proprietaria del feudo di Buccinasco) e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia). [1]
Nel 1970 Dario Azzaretto, figlio di Giuseppe, diviene socio della banca. Sempre nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio Berlusconi) ratifica un'operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.
Nel 1973 la Banca Rasini diviene una S.p.a., ed il controllo passa dai Rasini agli Azzaretto. Il Consiglio di Amministrazione della Banca Rasini S.p.a. è costituito da Dario e Giuseppe Azzaretto, Mario Ungaro (avvocato romano e noto amico di Michele Sindona e Giulio Andreotti), Rosolino Baldani e Carlo Rasini.[2]
Ma nel 1974, nonostante l'ottima situazione finanziaria della Banca Rasini (che nell'ultimo anno aveva guadagnato oltre un quarto del suo capitale), Carlo Rasini lascia la banca fondata dalla sua famiglia, dimettendosi anche dal ruolo di consigliere. Secondo gli analisti, le ragioni delle dimissioni di Carlo Rasini sono da cercarsi nella sua mancanza di fiducia verso il resto del Consiglio di Amministrazione, e degli Azzaretto in particolare.
Sempre nel 1974, Antonio Vecchione diviene Direttore Generale, ed in soli dieci anni il valore della banca esplode, passando dal miliardo di lire nel 1974 al valore stimato di circa 40 miliardi di lire nel 1984.
Il 15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'"Operazione San Valentino". La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata.
Dopo il 1983, Giuseppe Azzaretto cede la banca a Nino Rovelli. Nino Rovelli è un imprenditore (noto soprattutto per la vicenda Imi-Sir) e non ha esperienza nel settore bancario. Nelle inchieste tuttora in corso sulla Banca Rasini, Nino Rovelli è spesso considerato un uomo che ha coperto la vera dirigenza della banca fino al 1992. Tuttavia, non esistono evidenze al riguardo, né ipotesi sui nomi dei veri amministratori della Banca.
Nel 1992 la Banca Rasini viene inglobata nella Banca Popolare di Lodi, ma è solo nel 1998 che la Procura di Palermo mette sotto sequestro tutti gli archivi della banca. I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona (intervista del 1985 ad un giornalista americano, Nick Tosches) e di altri "pentiti", indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa. Tra i correntisti della banca figurava anche Vittorio Mangano, il mafioso che lavorò come fattore nella villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975.
LEGAMI CON LA MAFIA
La Banca Rasini deve la sua fama tra gli studiosi della storia d'Italia soprattutto alle dichiarazioni di Michele Sindona del 1984. Quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, chiese a Sindona (poco prima della misteriosa morte di quest'ultimo): «Quali sono le banche usate dalla mafia?». Sindona rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti». In effetti, le indagini successive alla retata dell'Operazione San Valentino dimostrarono ampiamente il ruolo della Banca Rasini nel riciclaggio dei soldi della mafia, ed i contatti dell'istituto coi più alti vertici mafiosi. Il Commissario di Polizia Calogero Germanà ha ipotizzato che l'istituto, al pari della Banca Sicula di Trapani, fosse uno dei centri per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra.
LEGAMI CON LA FAMIGLIA BERLUSCONI
Tra i personaggi famosi con cui la Banca Rasini ebbe dei legami va citato l'imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi. Il padre di Silvio Berlusconi, Luigi Berlusconi fu prima un impiegato alla Rasini, quindi procuratore con diritto di firma, ed infine assunse un ruolo direttivo all'interno della stessa[3]. La Banca Rasini, e Carlo Rasini in particolare, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi all'inizio della sua carriera imprenditoriale. Silvio e suo fratello Paolo Berlusconi avevano un conto corrente alla Rasini, così come numerose società svizzere che possedevano parte della Edilnord, la prima compagnia edile con cui Silvio Berlusconi iniziò a costruire la sua fortuna.
La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983.
Il giornale inglese The Economist cita ripetutamente la Banca Rasini nel suo noto reportage su Silvio Berlusconi[4], sottolineando come, ad avviso dei recensori del reportage, Berlusconi abbia effettuato transazioni illecite per mezzo della banca. È stato infatti accertato che Silvio Berlusconi ha registrato presso la banca ventitré holding come negozi di parrucchiere ed estetista. Anche per fare chiarezza su questi fatti nel 1998 l'archivio della banca è stato messo sotto sequestro.

(Contributo tratto da Wikipedia)
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