Benvenuti nel blog di IdV Gualtieri
domenica 30 agosto 2009
di Amalia Cecchini
Questo governo è diabolico. Dopo le polemiche peri-elettorali sulla bozza di decreto correttivo al Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro presentato alla fine di aprile; dopo le accuse di incostituzionalità e i rimproveri del presidente Napolitano, dei più insigni giuristi italiani, dei sindacati e di quanti ancora ritengono che la sicurezza sul lavoro sia cosa seria e la legge un mezzo per tutelarla (e non un’autorizzazione ai potenti per fare ciò che vogliono); il ministro Sacconi & Co. hanno apparentemente battuto in ritirata. Hanno ascoltato i rimbrotti e messo al lavoro le Commissioni Parlamentari. Quatti quatti però, in maniera subdola, hanno fatto rientrare dalla finestra quello che forzatamente avevano dovuto far uscire dalla porta. Anche se, fortunatamente, la finestra era stretta e non tutto è riuscito a rientrare.
Di cosa sto parlando? Della famigerata “norma salva-manager” che tanto scalpore aveva destato un paio di mesi fa e del cui ritorno nessuno, forse complice la canicola d’agosto, si è accorto.
Vero è che stavolta non è più applicabile la retroattività e almeno i processi Thyssen ed Eternit potranno seguire il loro corso. Vero è che per rintracciarla è necessario fare salti acrobatici da un articolo a un altro e poi un altro ancora: il che è, notoriamente, roba da addetti ai lavori.
Come addetta ai lavori provo ora a spiegare l’ultima porcata del governo che mira esclusivamente a tutelare gli interessi dei datori di lavoro. Il fine ultimo è, ovviamente, agevolare l’impunibilità degli stessi.
Dunque, all’art.18 del D. Lgs 81/08, così come è entrato in vigore dal 20 agosto, è stato aggiunto il comma 3-bis che prevede che il datore di lavoro e i dirigenti sono tenuti a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi da parte dei preposti, dei lavoratori, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori e del medico competente, ferma restando “l’esclusiva responsabilità” di quei soggetti “qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti”.
Come dire che io, datore di lavoro di una fabbrica di scarpe, devo vigilare affinché il capoturno faccia bene il suo lavoro, i lavoratori non entrino in fabbrica in ciabatte e i fornitori non mi rifilino un’attrezzatura della prima guerra mondiale. Però, se il capoturno non fa ricaricare l’estintore o l’operaio lavora su una macchina senza protezione, non sono responsabile se dimostro che non ho difettato in vigilanza.
E così abbiamo spiegato "il presupposto".
L’art. 16 dello stesso decreto si occupa della delega di funzioni da parte del datore di lavoro.
Al comma 3 precisa che la delega non esclude l’obbligo di vigilanza, tuttavia è stata aggiunta la frase che spiega che l’obbligo si intende assolto “in caso di adozione ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo di cui all’art. 30 comma 4”.
L’articolo 30, al comma 4 spiega che il modello di organizzazione e di gestione deve prevedere un idoneo sistema di controllo sull’attuazione dello stesso. Il modello di organizzazione e gestione è quella procedura definita idonea a prevenire i reati connessi alla violazione delle norme antinfortunistiche e della tutela della salute e, tra l’altro, ha anche efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. La responsabilità amministrativa è quella che consentirebbe di colpire il patrimonio degli enti e quindi gli interessi economici dei soci nel caso di reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro.
Ma se il modello adottato fosse solo una formalità?
Se non funzionasse? Se non fosse applicabile?
Nel “vecchio” D. Lgs 81 mancava proprio questo passo ed era il giudice, in sede di accertamento penale, a valutare la validità del modello adottato, ovvero la prova della solidità del modello si sarebbe avuta solo nel malaugurato caso di procedimento penale Questo governo, così attento alle regole e alla trasparenza, ha messo riparo a questa lacuna e ha previsto un controllo, una verifica sul funzionamento del modello.
Infatti, l’art. 51 comma 3-bis prevede che venga rilasciata un’attestazione del corretto svolgimento del procedimento e dell’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza. E chi deve rilasciare questa attestazione? Gli organismi paritetici.
Cosa sono gli organismi paritetici ce lo spiega l’art. 2 al comma 1 lettera "e": sono organismi costituiti da associazioni di datori di lavoro. Il gioco è fatto.
Io, datore di lavoro, per non essere considerato responsabile di un infortunio e per stare tranquillo, devo aver adottato un sistema certificato di organizzazione e di gestione. Ovviamente me lo certifico da solo.
Ma allora, se dovesse verificarsi un infortunio, di chi sarebbe la responsabilità?
Ma naturalmente del fabbricante, della macchina che lo ha provocato o del fornitore o del capoturno o…del lavoratore.
Questo meccanismo normativo, contorto ma facile, scarica di tutte le responsabilità penali (ed esime da quelle amministrative) il vertice aziendale, fino ai livelli inferiori.
Come sempre sarà il lavoratore distratto dalle bollette non pagate, dal problema del come arrivare alla fine del mese, dal trovare la strada promessa verso la felicità ad essere l’unico responsabile della sua morte.
Il regime si è palesato
I giornalisti cane da guardia della Democrazia? Non in Italia. Non secondo Silvio Berlusconi. Perché con la sua ultima sparata il presidente del Consiglio ha davvero passato ogni limite della decenza. Il regime si è palesato: secondo Silvio Berlusconi i giornalisti non possono né devono fare domande al presidente del Consiglio. Se qualcuno lo fa, li denuncia per diffamazione.
Può sembrare una notizia incredibile, letta su un libro di fantapolitica. Non è così. Succede in Italia. L’ennesimo attacco di Silvio Berlusconi a Repubblica è vergognoso. Il premier ha chiesto un risarcimento danni per un milione di euro al Gruppo L’Espresso solo perché Giuseppe D’Avanzo si è permesso di porgli 10 domande. E’ la prima volta “nella storia dell’informazione che le domande di un quotidiano finiscono davanti a un tribunale civile”.
L’attacco di Repubblica al premier non è il primo nei confronti dei media. Senza tornare ai tempi dell’editto bulgaro quando se la prese con Biagi, Santoro e Luttazzi, basta stare alle ultime settimane. Prima attacchi frontali con dichiarazioni allarmanti contro La Rai e i giornali che si permettono ogni giorno di criticare le magnifiche gesta del nostro presidente operaio, spazzino, muratore. Poi l’esortazione alle grandi imprese a non pubblicizzare i loro prodotti sui media che, secondo il premier, non diffondono ottimismo in un periodo di crisi. Ora la querela e un milione di euro di risarcimento danni al gruppo Espresso.
Il fatto reale è che Repubblica e’ colpevole di essere uno dei pochi mezzi di informazione rimasto a fare un giornalismo basato sui fatti e sulle verita’ anche scomode per il potere. Ed è proprio questo che Berlusconi non riesce proprio ad accettare. Un uomo che ha costruito le sue fortune politiche sulla menzogna e la sistematica distorsione della realta’ non può sopportare l’idea che ci siano giornalisti con la schiena dritta che pretendono di fare il loro lavoro in assoluta libertà. La verità è che il premier vorrebbe soltanto un giornalismo servile pronto a raccontare le sue gesta e i suoi proclami.
Tutto questo non si può accettare. La libertà di stampa è il cardine e il cuore del sistema democratico. Per questo auspichiamo che assieme all’Italia dei valori tutte le altre forze di opposizione la smettano di partecipare al tavolo partitocratico di spartizione delle poltrone Rai, dove, per altro, si accontentano delle briciole, e diano vita, con noi, a una grande azione di denuncia perchè non sarà possibile sconfiggere Berlusconi finchè non avremo scardinato il suo controllo sui media e sull’informazione.
giovedì 30 luglio 2009

Augurandovi buone vacanze vi propongo un post di Antonio Di Pietro.
Il Partito del Sud non s'ha da fare
Il partito di Forza Italia e' nato su commissione di Cosa Nostra, e' scritto nella sentenza di condanna a nove anni di Marcello Dell'Utri, e la riprova inequivocabile di cio' furono quei 61 seggi su 61 assegnati dall’isola al partito di Arcore alle politiche del 2001.
Oggi senza i voti della circoscrizione Sud, e della Sicilia in particolare, il Pdl non sarebbe mai andato al governo per ben quattro volte e l’Udc di Totò Cuffaro avrebbe gli iscritti di un circolo Acli.
La minaccia del Partito del Sud è un chiaro monito rivolto a Silvio Berlusconi che non sta facendo, evidentemente, quanto promesso in quell’antico patto di cui Marcello Dell’Utri è stato garante per quasi un ventennio.
Il Partito del Sud è il segnale che gli accordi politici alla base di Forza Italia in Sicilia sono in discussione. A questo segnale se ne aggiungono altri che potrebbero comunque far parte dello stesso puzzle: la monnezza di Palermo, l’agitazione della Giunta, Lombardo, i messaggi di Riina su mandanti di Stato per le stragi di Capaci e via D’Amelio, le dichiarazioni di Ciancimino jr, la recente condanna a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa di Mercadante, ex deputato di FI, definito dal pentito Giuffrè “la creatura di Provenzano”.
I messaggi lanciati in questi mesi dall’isola parlano chiaro: i 140 milioni di euro a Scapagnini per il fallimento del comune di Catania e gli 80 milioni all’amico Cammarata per scongiurare quello di Palermo non bastano più. E così il Premier promette nuovi soldi alla Sicilia e lo fa ancor prima di spiegare come verranno utilizzati e con quali coperture finanziarie. Evidentemente l’importante è porre l’accento sulla cifra, prima che sulla destinazione e sulla reale disponibilità. Evidentemente le persone a cui è rivolto il messaggio ne conoscono la destinazione.
Venerdì al Cipe saranno sbloccati quattro miliardi per la Sicilia. Lo hanno deciso a palazzo Grazioli durante uno dei tanti vertici privati in cui si dispone di soldi pubblici.
I commensali del vertice erano: il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, per cui la Giunta della Camera martedì ha negato l’autorizzazione a procedere per l’accusa di favoreggiamento; il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che istituì nel 2002 il volo Alitalia Albenga-Fiumicino per arrivare prima da casa al Parlamento; Raffaele Fitto ministro per i Rapporti con le Regioni, indagato dalla Procura di Bari per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti; il fido ministro della Giustizia Angelino Alfano, quello del Lodo e del bavaglio alle intercettazioni, per intenderci; e, “dulcis in fundo”, il deus ex-machina, ringalluzzito da questa nuova aureola con cui ha deciso di reinventarsi a metà tra una rockstar e un attore di B-Movie: Silvio Berlusconi che non necessita di presentazioni poiché è ben noto alle procure di mezza Italia. Ecco, ad una compagine del genere non affiderei neanche il budget per un buffet matrimoniale, figuriamoci quattro miliardi per la Sicilia.
“Per il meridione d’Italia non si è fatto mai abbastanza”: in termini di lotta alla criminalità è vero, ma in quanto a soldi nel meridione d’Italia si sono spesi interi Pil nazionali senza risultati apprezzabili: perché? Nelle mani di chi finiscono questi immensi finanziamenti? E come vengono gestiti? La risposta la sappiamo, basti pensare alle indagini Why Not e Poseidon dell’ex pm Luigi de Magistris, e a centinaia di altre simili, che questo sistema politico non poteva permettersi ed ha ostacolato con ogni sua energia.
La verità è che i soldi in questi decenni non sono stati destinati ai cittadini, né ad opere utili allo sviluppo reale del meridione, né all’imprenditoria giovanile.
Il Sud ha bisogno di investimenti, esteri e nazionali, ma prima bisogna riportarvi la cultura dello Stato, anzi lo Stato, di cui Falcone e Borsellino si erano fatti interpreti. Senza lo Stato e le sue garanzie, i capitali esteri, che spesso costituiscono la risorsa principale per lo sviluppo di importanti aree turistiche, non confluiranno mai nel meridione e quelli statali finiranno sempre nelle mani sbagliate.
lunedì 27 luglio 2009
C'era una volta la via Emilia
di Tommaso Cerno
Da sette mesi tira a campare con la cassa integrazione, e non sa se ritroverà il suo posto alla Dugomrulli di Bologna. Le commesse sono crollate, i fornitori premono. Intanto Massimo Dondi non ha i soldi per pagarsi la rata del mutuo, coi 700 euro scarsi che gli passa l'Inps. Così, a 39 anni ha rinunciato a mettere su famiglia e vive coi suoi: "Sarò un bamboccione, ma là fuori c'è tanta gente che, se io la vedo grigia, loro la vedono nera".
Là fuori c'è la via Emilia, irriconoscibile nella crisi globale che l'ha messa in ginocchio come se fosse passato un uragano. Era uno dei simboli dell'Italia produttiva, e non di quella del 'mordi e fuggi'. Marchi storici del made in Italy, welfare solido, un imponente sistema cooperativo, quasi 2 milioni di occupati (con un incremento storico dell'1 per cento annuo). Nel 2007 segnava il 2,3 per cento di aumento del Pil e una crescita di fatturato del 2,7, quando l'Italia era già ferma.
Nel 2008 il primo segno meno; da gennaio 2009 il crollo: giù del 13,3. E la ceramica del 30. Delle 100 mila industrie attive in Emilia Romagna fra manifatture e costruzioni, 70 mila sorgono proprio lungo i 329 chilometri della strada che da più di 20 secoli collega Rimini con Piacenza, per proseguire poi fino a Milano. E che sta pagando più di tutti la recessione. La Ss 9, come l'ha ribattezzata l'Anas allargando la consolare di Emilio Lepido per dare asfalto ai camion di mezza Europa, si sta svuotando. Uno dei territori più ricchi d'Europa, con 32 mila euro di reddito medio pro capite, fa i conti con l'incremento dei poveri: cento famiglie in più ogni giorno fanno la spesa con gli sconti di solidarietà della Coop Adriatica. E pensare che da quelle parti nascevano più aziende che bambini, con un trend annuo in tempi normali di quasi una partita Iva in più ogni cento registrate. Da gennaio l'inversione: lo 0,8 per cento in meno. Quasi una ditta ogni cento ha già chiuso i battenti.
Un pezzo di Italia produttiva è in pericolo. Come un fiume rimasto senz'acqua, la via Emilia rischia la desertificazione. Fabbriche chiuse, cancelli sbarrati, scioperi di Cgil, Cisl e Uil a ogni chilometro. Molte piccole imprese (qualcuno azzarda una su quattro) potrebbero chiudere per le ferie di agosto e non riaprire nemmeno, strozzate dai debiti verso i fornitori, dagli stipendi da pagare, dai contributi da versare. E senza più le banche disposte a fare credito. L'Abi ha dato la stretta sui prestiti. I rubinetti del contante si chiudono per molti padroncini.
Per avere cento, di questi tempi, devi garantire 150. Senza contare che gli ammortizzatori sociali valgono solo per le grandi industrie. Per piccoli e medi, se non c'è lavoro gli operai vanno a casa.
Da gennaio la cassa integrazione è decuplicata rispetto al 2008 e ha superato i cinque milioni di ore al mese. Più di tutti paga la meccanica, che da sola pesa per il 75 per cento. Milioni di ore, dietro alle quali ci sono migliaia di vite e di sogni diventati incubi. Com'è la storia di Matteo: aveva lasciato Bari due anni fa in cerca di fortuna e si era presentato a Imola, alla Cnh di proprietà della Fiat, con la valigia in mano per firmare quel contratto che sembrava il biglietto vincente della lotteria.
Ma la ruota ha fatto un giro di troppo. Pochi mesi dopo, Sergio Marchionne ha annunciato da Torino il piano del Lingotto: si farà a meno dello stabilimento sulla via Emilia. Cassa ordinaria, poi straordinaria e, infine, tutti a casa entro due anni: 454 operai. "Mi è crollato il mondo addosso. Mi entrano 400 euro al mese, fra poco nemmeno più quelli. Non pago più l'affitto, né le bollette, né le rate dei mobili. Ho le banche che mi inseguono. Mi metterò a rubare".
Di storie così se ne incrociano sempre di più sulla via Emilia, da Cesena a Forlimpopoli, da Faenza a Reggio. L'alimentare, fra Piacenza e Parma, soffre un po' meno: il Parmigiano scende nelle vendite, ma solo del 3 per cento. La meccanica reggiana e quella bolognese, invece, sono nel tunnel. Cassa integrazione anche nelle industrie di eccellenza, come Magneti Marelli e Minarelli. Ancora peggio per le ceramiche di Sassuolo, nel modenese, dove Romano Minozzi, titolare della Iris che ha oltre700 dipendenti, a gennaio, nel bel mezzo della pausa natalizia, ha annunciato la chiusura: "L'abbiamo letto sul giornale e siamo rientrati di corsa", racconta Antonio Santomauro, operaio specializzato che oggi siede in consiglio comunale: "Picchetti e proteste fino a quando l'azienda ci ha messi in cassa integrazione".
Stessa musica all'Emilceramica, alla Nuova Fima, un po' dappertutto. Meglio alla Marazzi, leader italiana con oltre mille dipendenti, anche se fra i sindacalisti da qualche settimana c'è il timore di un centinaio di esuberi. La strada, avverte Filippo Marazzi, è "investire in ricerca, in nuove tecnologie, in produzioni anche vicine ai mercati", aspettandosi però un processo di selezione delle imprese. E proprio su questo i lavoratori chiedono al ministro del WelfareMaurizio Sacconi di intervenire. Da Roma per ora tacciono.
"È una crisi dura, senza precedenti, dai contorni e dai tempi difficili da definire", ammette la presidente di Confindustria Emilia Romagna, Anna Maria Artoni: "Abbiamo chiesto alla Regione interventi straordinari per opere pubbliche e infrastrutture, sostegno a Confidi e accesso al credito, e di velocizzare i pagamenti". E sono arrivati: un miliardo di euro messo a disposizione dalle banche proprio grazie ad accordi fra assessorato, Unioncamere, Confidi e categorie.
Un plafond per anticipare stipendi e pagamenti di forniture. Sì, perché il dramma di molte aziende non sono nemmeno gli ordinativi, che per altri tre o quattro mesi ci sarebbero anche, come nel caso della Grimac, macchine per il caffè, che invece ha dichiarato il fallimento. Sono i soldi liquidi che mancano. Nessuno paga più nessuno. E così si accatastano le merci, che non stanno più nei magazzini. Milioni di metri cubi di invenduto che rischia di restare tale.
Le locande dove con nove euro i camionisti mangiavano i tortelli, adesso licenziano. Il tassista Franco, che ha macinato due milioni di chilometri su quella strada, ha deciso di mollare a fine anno: "Non ci sto dentro". Accusano la crisi addirittura le giovani prostitute, quasi tutte romene o moldave, che dalle sette del mattino affollano Borgo Panigale. Meno Tir, meno giro. "Non hanno soldi", si arrabbia Flavia, la moderna Bocca di rosa fra Sant'Ilario e Modena.
Solo che stavolta al posto del cartello giallo cantato da Fabrizio De Andrè, spuntano giganteschi tabelloni grigi a dire tutti la stessa cosa: 'Vendesi capannone'. Secondo Nomisma, in tutte le province attraversate dalla via Emilia le piccole imprese chiudono. Segno meno nell'industria (dell'1,1per cento), nella moda (del 2,4), fino alla chimica (dell'1,6). L'unico segno più se lo conquista l'intermediazione finanziaria, chi presta i soldi ai nuovi poveri.
Fra operai e impiegati sette famiglie su dieci nel 2009 hanno rinunciato alle ferie lunghe. "Come le paghiamo?", si chiede Gloria, operaia ventinovenne. La sua azienda è una di quelle che hanno chiuso per le vacanze estive e forse non riapriranno più. Sono centinaia. "E il peggio deve ancora venire", avverte Nicola Patelli della Fiom di Bologna: "L'impressione è che a settembre scatterà la mobilità, perché la ristrutturazione dovrà avvenire entro fine anno, così da presentarsi puliti dalle banche". Significa che, crisi dei mercati Usa a parte, la colpa del disastro è un po' anche nostra. Dei limiti di un management che, in parecchi casi, ha gestito male l'emergenza.
Reggono i grandi marchi del made in Italy, come Ducati Motor. Passati quei cancelli, la morsa sembra darti tregua. I bolidi rosso fiammante, dallo Streetfighter al Monster, raccontano che c'è qualcuno che ce la fa. Niente cassa nello stabilimento dei campioni del mondo. Non che la crisi non si senta, ma vuoi il mercato di nicchia, vuoi le vittorie di Casey Stoner, il peggio è passato. Eppure basta percorrere poche centinaia di metri, che la scena cambia di nuovo. Alla Ducati Energia, azienda di famiglia di Federica Guidi, presidente dei giovani di Confindustria, il lavoro è in flessione. "C'è la cassa a rotazione, alcuni di noi sono a casa da aprile", racconta Raffaella Sugheri.
È colpa della crisi, ma anche della forte delocalizzazione verso India, Romania e Croazia. "Da oltre 500 che eravamo, siamo rimasti in 260". Stessa musica per Arcte, del gruppo Burani: prepara 90 esuberi su 180 posti, il 95 per cento donne. E come Arcte, Harris di Rastignano, l'Alpi legno di Modigliana e una miriade di altri marchi riconosciuti. Alla Camst, poi, il più importante gruppo di ristorazione a capitale italiano con 11 mila addetti, i dirigenti si sono tagliati lo stipendio per aiutare i cassaintegrati. "Ci accorgiamo della crisi dal crollo del lavoro nelle mense aziendali, che perdono il 20 per cento", spiega il segretario generale Marco Minella, "c'è miseria vera".
Non è immune nemmeno il colosso Coop Costruzioni, che aveva chiuso il 2008 con 187 milioni di produzione e un utile cresciuto del 67 per cento. "Quest'anno la situazione è drammatica, i lavori sono pochissimi, i bandi pubblici sono scesi di un terzo e le concessioni private del 40 per cento", elenca il presidente Adriano Turrini: "Per ora non abbiamo fatto cassa integrazione, ma non è detto che potrà continuare così". È sul suo storico welfare che ora la via Emilia scommette tutto. "Evitare il più possibile licenziamenti", ripete fino allo sfinimento l'assessore alle Attività produttive Duccio Campagnoli, che da sei mesi passa da una trattativa all'altra: "Abbiamo chiuso 50 accordi, ma non basta. Spingiamo sui contratti di solidarietà, sulle intese con le banche. E tiriamo la cinghia. Gli imprenditori emiliani? Non si scoraggiano".
Basterà? A guardare cosa sta avvenendo a Gualtieri, qualche dubbio viene. La Tecnogas, che compone fornelli e cucine, si trova sul baratro dopo la crisi del gruppo Antonio Merloni di Fabriano, che nel '97 ha rilevato l'azienda emiliana. Per mesi si sono attesi un programma di ristrutturazione e un piano industriale. È arrivata la cassa integrazione, la riduzione degli organici (da 800 a 460) e lo spettro della chiusura.Irina Petrescu è romena, vive in Emilia da 17 anni, e teme che in un colpo solo perderanno il lavoro sia lei sia il marito. "Berlusconi dice di spendere la tredicesima? Beh, qui la tredicesima non esiste più". Gli operai hanno costruito una baracca ai cancelli e ci hanno trascorso l'inverno davanti a una stufa arrangiata. "Qualcuno portava i tortelli, qualcuno il lambrusco", racconta il delegato di fabbrica Nevino Marani. Hanno prodotto addirittura un calendario per raccogliere fondi. Emblematico: i 12 mesi raccontano scioperi, picchetti e assemblee all'aperto.
Non bastasse, ci si mettono le multinazionali. La Nike a Casalecchio di Reno progetta di mandare a casa una quarantina di persone. "Non ne hanno motivo", denuncia Fabio Fois della Cgil, "ma ormai in questo clima tutti cercano di ridurre gli organici". A Forlì, Ferretti riesce invece a galleggiare grazie a una pesante ristrutturazione del debito, tuttavia non a navigare come i suoi yacht milionari. Un gruppo da 2.600 dipendenti che solo lì ne impiega 480. "Sembrava tutto rose e fiori e invece no", lamenta Loris Bacci, 42 anni. Come Loris, migliaia di altri sulla via Emilia della crisi. L'elenco è lungo, come le ore di cassa integrazione. Senza più certezze.
sabato 25 luglio 2009
L'illegalità conviene?
La scena mostra un dialogo tra un elegante mafioso/camorrista ed il professor Bellavista. Alla fine il professore pone un quesito: vivere illegalmente conviene ?
Una seria riflessione è d'obbligo. Non commettete l'errore di pensare che tali situazioni riguardano solo gli abitanti di NAPOLI e del SUD. Riflettete....
venerdì 24 luglio 2009

Oggi vi propongo un interessante indagine effettuata da Marianna Quatraro pubblicata da Business online.
Si risparmia su tutto ma non sui viaggi. Le preferenze degli italianiItaliani popolo di 'Santi, poeti navigatori e'…amanti delle vacanze. La crisi di fa sentire, i suoi effetti gravano molto sulle condizioni economiche dei cittadini, la tendenza è quella del risparmio sugli acquisti non necessari o superflui (74%, ben tre italiani su quattro) ma non sulle vacanze.
A livello internazionale sono cibo, viaggi e casa le voci meno penalizzate. In Italia, però, vincono la moda, ancora i viaggi e i piccoli lussi, ritenuti la cosa più importante dal 37% degli intervistati (solo il 25% in Germania, 22% in Francia, 20% negli Usa).
Secondo quanto emerge da un'indagine dell'istituto di ricerca Tns commissionata da Ing Direct sul cambiamento nelle abitudini di risparmio e di consumo in seguito alla crisi, in Italia il 42% delle persone mette da parte meno soldi rispetto allo scorso anno, anche se il 29% riesce, invece, a risparmiare addirittura più di prima, ma nessuno rinuncia ad un viaggio.
Ben il 16% degli italiani, infatti, dichiara di risparmiare proprio a questo scopo e di un altro 31% persuaso del fatto che i viaggi siano quasi una missione. Tra le spese che, invece, si possono rimandare nel Belpaese ci sono l'acquisto di un'automobile (37%) e della casa (14%), oltre che i lavori di ristrutturazione dell'abitazione (24%). Se il viaggio è irrinunciabile per gli italiani, intoccabile lo sport, con tutte le relative spese, negli Usa (15%), in Germania (15%) e in Francia (13%).
Autore:
Marianna Quatraro
giovedì 23 luglio 2009
Il piano casa sbandierato da Berlusconi è una clamorosa fregatura. I 100.000 alloggi da costruire in 5 anni sono una chimera perché non ci sono soldi. Il governo Prodi aveva stanziato 550 milioni per l’edilizia popolare, Tremonti li ha fatti sparire per poi annunciare in pompa magna il piano casa con un investimento di 200 milioni. Meno della metà. Complimenti. Vien voglia di segnalarlo a qualche sito ‘antibufale’…
Certo è necessario rilanciare l’economia ed anche il settore edilizio. Ma in questo modo, senza vincoli e con la semplificazione delle procedure, otterremo l’effetto contrario. Non ci saranno case per le fasce deboli, ma speculazioni, con la sostanziale ‘abrogazione’ dei piani regolatori assisteremo ad una cementificazione selvaggia che danneggerà un territorio già massacrato dalle speculazioni. L’Istat in un rapporto del 2007 ha stabilito che in quindici anni sono stati erosi 3 milioni e 663 mila ettari. Una superficie pari a quella di Lazio e Abruzzo insieme. Per far lavorare qualche palazzinaro si sacrifica l’ambiente e si deturpano paesaggi e città.
Noi guardiamo al futuro e proponiamo altro: sostegno, aiuti, incentivi e sgravi per chi costruisce secondo i criteri dell’edilizia sostenibile. Costruire nuove case nel rispetto dell’ambiente significa consumare meno risorse, inquinare meno, ed anche creare nuovi posti di lavoro qualificati ed un indotto economico positivo. Facciamo un esempio concreto: in Germania, tra il 2002 ed il 2004, in piena crisi edilizia, sono stati creati 25.000 nuovi posti di lavoro grazie ai lavori di ristrutturazione per aumentare l’efficienza energetica e la resa ambientale degli edifici. Un esempio che questo governo proprio non vuole seguire.
Post di Massimo Donadi - Capogruppo IDV
